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martedì 5 maggio 2009

Stefano Mele - Prima parte

Stefano Mele nacque il 13 gennaio del 1919 a Fordongianus in provincia di Cagliari. Con la famiglia si trasferì nel nuorese dove fece il pastore nella piana di Orgosolo e sulle montagne della Barbagia di Ollolai. Nel 1958 insieme al padre Palmerio, la madre Pietrina e la sorella Antonietta, raggiunse il fratello Giovanni a Casellina alle porte di Firenze. Nel 1960 conobbe Barbara Locci con cui si sposò. I due si trasferirono a Prato in casa dei genitori di Stefano ed il 25 dicembre dell'anno successivo nacque Natale. Nel 1966 si trasferirono a Lastra a Signa. Nel testo “Il mostro di Firenze” di Cecioni Monastra, alla fine dell’estate del 1967 fu investito dalla Lambretta guidata da Francesco Vinci, uno degli amanti della moglie; nell’omonimo testo di Mario Spezi, Stefano Mele fu investito, nell’estate del 1968 da una automobile. Nell’incidente si fratturò una gamba e fu ricoverato in ospedale per alcune settimane. Non disponendo Francesco Vinci di una polizza assicurativa, l’incidente fu imputato al fratello Salvatore la cui assicurazione emise un indennizzo a Stefano Mele di 480.000 lire.
Durante la convalescenza in ospedale di Stefano Mele, Francesco Vinci si stabilì presso la sua residenza, in via XXIV Maggio, e vi permase fino al 26 ottobre 1967, quando la moglie lo denunciò per concubinaggio, maltrattamenti e mancanza di assistenza alla famiglia e fu arrestato dai carabinieri.
La mattina del 21 agosto, Stefano Mele, ebbe un malore su di un cantiere tra Signa e Prato e fu accompagnato a casa da un collega, Giuseppe Barranca. Nel pomeriggio passarono da casa due amanti della moglie, Antonio Lo Bianco e Carmelo Cutrona.
Dopo la cena, Barbara Locci uscì con il figlio Natale, assieme ad Antonio Lo Bianco e portò con se le ultime 24.000 lire rimaste dell’indennizzo dell’assicurazione.
Alle ore 7,00 del giorno successivo i carabinieri suonarono il campanello dell’abitazione in via XXIV Maggio ed informarono Stefano Mele della morte della moglie ad opera di un assassino, che l’aveva uccisa insieme all’amante. Questi fu quindi condotto in caserma per accertamenti. Intorno alle ore 9,40 ebbe inizio l’interrogatorio. Al maresciallo dei carabinieri Filippo Funari, Stefano Mele, dichiarò: “Non so chi potesse avere interesse a uccidere mia moglie. (…) Francesco Vinci, un amante di mia moglie a giugno l’ha minacciata di morte. Carmelo Cutrona è un amante di Barbara e quando ieri pomeriggio è venuto a casa si è molto turbato a veder lì Enrico (che in realtà è Antonio Lo Bianco)”. Gli fu fatta la prova del guanto di paraffina per verificare se avesse tracce di polvere da sparo sulle mani , risultò una lieve positività fra l’indice ed il pollice della mano destra. Fu trattenuto in caserma per 12 ore e poi rilasciato. La mattina del 23 agosto i carabinieri tornarono a bussare alla porta di Stefano Mele, l’uomo fu condotto nuovamente in caserma dove trovò anche il cognato Piero Mucciarini. Stefano Mele indicò gli amanti della moglie: Giovanni, Francesco e Salvatore Vinci. “A febbraio quando ero in ospedale, lui (Salvatore ndr) è venuto a dormire a casa mia, con mia moglie. Me lo ha detto Natalino. (…) Salvatore era geloso di Barbara e ha minacciato di ucciderla se avesse continuato a frequentare altri uomini.” Nel pomeriggio Stefano Mele fornì una nuova versione dei fatti confessando d’aver ucciso la moglie assieme a Salvatore Vinci. “E’ lui che mi ha accompagnato sul luogo del delitto, è lui che mi ha fornito l’arma.” Di questa confessione non esiste però alcun verbale. Mele fu portato sul luogo dell’omicidio, gli fu messa una pistola in mano, il colonnello dei carabinieri, Olinto dell' Amico, che allora comandava la sezione operativa riferì di quel giorno: "Lo portammo subito sul luogo del delitto ma ci fece sbagliare strada. (...) Quando ci arrivò non sembrava spaesato. Gli abbiamo messo in mano un' arma perché ci ricostruisse i fatti di quella notte. La mia impressione? Secondo me non la sapeva neppure maneggiare". Fu collocata un’auto della polizia dove era stata trovata la Giulietta di Antonio Lo Bianco e fu chiesto al Mele di mimare la scena dell’omicidio. La ricostruzione non convinse gli inquirenti e se possibile ne accrebbe le perplessità. “Io da quel finestrino ho sparato in un’unica direzione, su entrambe le vittime” poi “ho gettato via la pistola” disse Stefano Mele pressato dagli inquirenti. Furono fatti intervenire i vigili del fuoco, che dragarono il fiume Vingone che corre parallelo al luogo del duplice omicidio, venne tagliata l'erba e furono setacciate le siepi ma della pistola non fu trovata traccia.
Alle ore 21,00, Mele fornì una nuova versione. Disse che alle 23,30 del 21 agosto, era andato a cercare la moglie ed il figlio che ancora non erano rincasati. In Piazza aveva incontrato Salvatore Vinci, era salito sulla sua auto ed erano andati a Signa. Avevano visto uscire Barbara, Natale ed Antonio dal cinema, li avevano seguiti fino a Castelletti. Salvatore gli aveva passato la pistola -Vedi, questa è l'arma, ci sono otto colpi - l'aveva presa ed aveva sparato ai due amanti. “Dopo averli uccisi - disse Stefano mele - ho aperto la portiera sinistra dell’auto e, appoggiandomi al volante con la sinistra, con la destra ho tirato su mia moglie per i vestiti, rimettendola seduta ed aggiustandola un po.” Durante questa operazione aveva involontariamente azionato l’indicatore di direzione. Era quindi passato dalla parte opposta dell’auto ed aveva ricomposto il corpo di Lo Bianco. Nella mattina del 24 agosto davanti al giudice istruttore, Stefano Mele, confermò le precedenti dichiarazioni ma nel primo pomeriggio, dichiarò: “la verità è che io quella sera ero con Francesco Vinci, non ho fatto il suo nome perché avevo paura. (…) A dimostrazione del fatto che Francesco pensava già da tanto tempo di uccidere mia moglie preciso che più volte egli l’aveva seguita nei suoi appuntamenti con altri uomini e ciò mi è stato riferito da mia moglie e può essere confermato anche da Salvatore.”
Nel pomeriggio per "Il mostro di Firenze" di Cecioni Monastra, nella mattina per "La leggenda del Vampa", venne predisposto un confronto tra Stefano Mele e Salvatore Vinci. Mele quando lo vide gli si inginocchiò davanti piangendo e chiedendo perdono.
Domenica 25 agosto, secondo "La leggenda del Vampa", presso il carcere delle Murate ebbe luogo il confronto tra Stefano Mele e Francesco Vinci. Dalle parole di Francesco Vinci emerse l'esiguità intellettuale di Stefano Mele, che come irritato, iniziò ad accusare Carmelo Cutrona. (questo confronto secondo il primo testo di Mario Spezi non ebbe mai luogo). Continuò a puntare il dito contro Carmelo Cutrona anche durante l’interrogatorio del 3 settembre ma tornò sulle sue dichiarazioni il 3 febbraio 1969 quando accusò nuovamente Francesco Vinci di avergli ucciso la moglie. Nei giorni successivi, Stefano ricevette la visita del fratello Giovanni, a cui dette le informazioni per il mantenimento del piccolo Natale che fu poi affidato alla zia Antonietta.
Nel marzo del 1970 si aprì il processo a Stefano Mele davanti alla Corte di Assise di Firenze, accusato di “aver da solo, con l’eventuale compartecipazione di persona rimasta sconosciuta, nella notte dal 21 al 22 agosto 1968, mediante colpi di arma da fuoco, cagionato con premeditazione la morte, in località Castelletti di Signa” della moglie e del suo amante. Stefano Mele fu difeso dagli avvocati: Sergio Castelfranco e Dante Ricci, contro di lui la moglie e la madre di Antonio Lo Bianco che si costituirono parti civili patrocinate dagli avvocati Donato Petranelli e Carlo Grassini.
Durante il processo il presidente Coniglio chiese a Stefano Mele: "Sul luogo del delitto lei ammette d’esserci stato?" e lui rispose: "Si, è vero: ma assieme a Francesco Vinci che venne a prendermi a casa con il motorino. Mia moglie era andata via verso le 21 con Lo Bianco e il bambino, e Vinci arrivò circa alle 22; mi portò nei pressi del cinema di Signa. Vedemmo uscire mia moglie e Lo Bianco; misero a dormire il bambino sul sedile posteriore della Giulietta e si avviarono lentamente in macchina verso quella stradina di campagna; li seguimmo a distanza. Fermato il motorino e fatta un po’ di strada a piedi, ci avvicinammo alla macchina e lui sparò dal finestrino dello sportello posteriore abbassato a metà; io rimasi vicino, ma non intervenni neanche per aggiustare i cadaveri: lo fece il Vinci, il quale se ne andò con l’arma, mentre io prendevo in collo il bambino, facendo quasi tre chilometri a piedi, fino alla casa dei De Felice, dove suonai lasciando il ragazzo”. Alla replica del presidente Coniglio: "Perché non lo lasciò, per dare l’allarme, in una casa più vicina?", Mele disse: "Vinci aveva ordinato di fare così e io avevo paura."
"Non so spiegarmi le accuse che Mele mi rivolge - dichiarò Francesco Vinci - perché non l’ho mai offeso, non gli ho fatto nulla, anzi gli ho fatto del bene”.
Al termine del dibattimento il PM, Antonio Spremolla, concluse: "Vi chiedo di condannare Stefano Mele per omicidio continuato a ventiquattro anni di reclusione e per calunnia continuata, a tre anni di reclusione, due mesi di arresto gli infliggerete per porto abusivo d'arma assolvendolo per insufficienza di prove dalla detenzione della stessa. A pena scontata lo manderete tre anni in casa di cura e custodia, preventivamente avendogli accordato la diminuente della seminfermità mentale, inoltre vi chiedo la sua interdizione dai pubblici uffici, quella legale e la sospensione della patria potestà."
Stefano Mele fu condannato, il 25 marzo 1970, alle 15 e 15, dopo solo tre ore di consiglio, per i reati di omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco e per le calunnie a danno di Salvatore Vinci, Francesco Vinci e Carmelo Cutrona, nonché detenzione e porto abusivo d’arma, a 16 anni e dieci mesi di reclusione, quattro mesi di arresto, spese processuali e di custodia preventiva oltre al risarcimento del danno alle parti civili con provvisionale di mezzo milione ciascuno al figlio dello stesso imputato e dell'uccisa Barbara Locci, il piccolo Natalino, nonchè alla moglie di Antonio Lo Bianco, Rosalia Barranca e a tre ulteriori anni di ricovero a pena scontata in casa di cura e custodia essendogli stata accordata la diminuente della seminfermità mentale. Gli furono riconosciute le attenuanti generiche, la sua non disposizione a delinquere accertata da una perizia psichiatrica e dall’assenza di precedenti penali.
Scontò la detenzione presso il carcere di Porto Azzurro all'isola d'Elba.
Il processo d’appello ebbe luogo a Perugia e vide una lieve riduzione della condanna a 14 anni, grazie ai condoni e alla buona condotta. Nell’aprile del 1981, finita la reclusione, si trasferì presso la Casa San Giuseppe, a Ronco all’Adige, in provincia di Verona, una casa di riposo per ex carcerati gestita da un istituto religioso, non troppo distante da Castiglione delle Stiviere, dove il fratello Giovanni, a cui era stata affidata la sua tutela, risiedeva.

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