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lunedì 6 aprile 2009

Maria Grazia Frigo

Originaria di Milano. Pensionata. La sera in cui persero la vita Pia Rontini e Claudio Stefanacci, Maria Grazia Frigo con il marito, Giampaolo Bertaccini, e la figlia transitavano da Via Sagginale. Nel verbale del 4 dicembre 1992, redatto dalla Sam, si legge "...percorrevamo, intorno alle 23,55 quella strada con provenienza dalla Fattoria La Rena e eravamo diretti verso la via denominata Sagginale. Tale strada ha sbocco nelle vicinanze del luogo del duplice omicidio. A circa un chilometro dal termine della strada sterrata incrociammo una macchina con alla guida una persona che non accennava a rallentare e procedeva con accesi i soli fanalini di posizione. Tale condotta mi aveva preoccupato, anche se mio marito mi tranquillizzò dicendo: vedrai che si fermerà. La persona che ho notato aveva un'età intorno ai 50 anni con capelli brizzolati, tagliati a spazzola e indossava una camicia a quadri con maniche rimboccate aperta sul collo. Il suo sguardo era deciso e determinato (...) in merito all'autovettura posso affermare che questa era di media cilindrata, certamente non di marca italiana. Circa il colore non voglio esprimermi con assoluta certezza anche se ritengo che propendesse per lo scuro. Non era dotata di poggiatesta. Un altro particolare che desidero verbalizzare è quello di aver udito tra le 22,30 e le 23,00 di quella sera un colpo che ho attribuito ad un'arma da fuoco mentre mi trovavo nel giardino della famiglia Bianchi da dove provenivo e che si trova subito dopo la fattoria La Rena. (...) Riconosco con certezza nella foto contrassegnata dal numero 5 (Pietro Pacciani ndr) l'effigie della persona che notai quella notte nella circostanza sopra accennata. In particolare, riconosco, oltre che il volto e i capelli, il collo taurino e lo sguardo determinato." Il 26 marzo 1996 , davanti al capo della squadra mobile Michele Giuttari, ripetè quanto precedentemente messo a verbale aggiungendo alcuni particolari: "Andati via dai Bianchi, la famiglia presso cui eravamo stati ospiti, eravamo io, mio marito alla guida della nostra macchina Citroen e la bambina, che all’epoca aveva 10 anni, mentre percorrevamo la strada sterrata in discesa e in direzione quindi della strada sagginalese, prima di una curva, ebbi modo di vedere salire verso di noi un’autovettura che procedeva a velocità sostenuta e con i soli fanalini di posizione accesi. A tale vista, dissi subito a mio marito, che stava armeggiando con la leva che consente nella Citroen di sollevare gli ammortizzatori per via delle buche, di stare attento perché non mi piaceva l’andatura di quella macchina che sopraggiungeva e che, per la natura stretta della strada, non consentiva il passaggio di due auto. Mio marito vide la macchina, intuì il pericolo e procedette dicendomi «stai calma, vedrai che se non vuole picchiare, si ferma prima». Mio marito era abbastanza tranquillo anche perché la nostra macchina era in posizione di vantaggio e era anche più grossa. Quando ci avvicinammo a questa macchina, il guidatore, anziché fermarsi, fece una manovra repentina tagliandoci la strada e immettendosi in un slargo tra una siepe e un’altra facendo una brusca frenata in quel posto. Noi proseguimmo, senza fermarci e, quando andai, dopo le dichiarazioni in Questura, a fare il sopralluogo, vidi che al di sotto del posto in cui si era fermata bruscamente l’auto c’era un balzo che, anche se non profondo, avrebbe immobilizzato il mezzo. La manovra repentina del guidatore, che in pratica ci tagliò a brevissima distanza la strada, mi diede modo di vedere bene la macchina e anche la faccia di questa persona. Anzi devo dire che prima ho guardato la faccia e subito dopo la macchina, della quale ricordo di aver letto sul momento anche la targa, che però non annotai e dimenticai. Ricordo solamente che era una targa senza le lettere dell’alfabeto. Fissai bene il soggetto e la macchina perché era mia intenzione nel caso in cui l’avessi rivisto di giorno fargli rilevare che non era quello il comportamento da tenere di notte in quella strada e in quei posti così isolati perché privi di luce e quella guida costituiva sicuramente un pericolo. Descrivo adesso l’uomo e la macchina. Ribadisco che l’uomo l’ho poi con certezza riconosciuto nel Pacciani Pietro. Era di corporatura robusta, viso pieno, volto deciso nell’aspetto, non sudato, ricordo molto bene la camicia che indossava. Era scozzese a sfumature e il colore poteva essere con una prevalenza di azzurro. Aveva i capelli ben pettinati, tagliati a spazzola, come fatti in giornata. La macchina era di colore bianco e ebbi modo di vederla bene quando ci tagliò la strada e venne illuminata dai fari della nostra auto. Era di media cilindrata, una utilitaria abbastanza decente. Proseguendo nella strada sterrata, dopo aver notato quanto ho riferito, poco distante e sempre prima di immetterci nella via sagginalese, ho notato un’altra auto vettura che avanzava verso di noi ad andatura che mi è sembrata regolare. Quest’auto, che era di colore rosso e presentava la coda di dietro tronca, prima che noi la incrociassimo, si immise in una stradella laterale sempre in terra battuta. Vidi che su quest’auto c’era una sola persona anche questa grassottella, più giovane del Pacciani. La distanza tra le due macchine da me notate sarà stata di circa 200-300 metri".
Il 7 luglio 1997 fu ascoltata durante il processo ai presunti complici del "mostro di Firenze". Lo stesso giorno fu sentito, dal capo della squadra mobile, il marito della signora Frigo, Bertaccini Giampaolo, che confermò le dichiarazioni della moglie.
Rif.1 - Compagni di sangue pag.34.134

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