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lunedì 20 aprile 2009

Fernando Pucci - Prima parte

Nacque a Montefiridolfi nel Comune di San casciano Val di Pesa nel 1932. A causa di una grave oligofrenia, nel 1983, la commissione sanitaria per gli accertamenti della invalidità civile, Unità operativa di medicina legale, USL X/h Chianti fiorentino, lo dichiarò invalido al 100% ed in diritto di ricevere una pensione a vita. Negli anni in cui fu coinvolto nella vicenda del "mostro di Firenze" abitava con il fratello Valdemaro e la cognata a Montefiridolfi. Fu interessato dalle indagini fin dal dicembre del 1995 quando Gabriella Ghiribelli riferì d'averlo visto assieme a Giancarlo Lotti sul luogo del duplice omicidio degli Scopeti.
Il 2 gennaio 1996 fu interrogato, per la prima volta, dal capo della squadra mobile, Michele Giuttari. Emerse che Fernando Pucci, quasi ogni domenica, assieme a Giancarlo Lotti si recava a Firenze per frequentare alcune prostitute, fra queste anche Gabriella Ghiribelli. Disse che Mario Vanni aveva saltuariamente partecipato a quelle loro "girate a Firenze" essendo un "buon amico di Lotti" per quanto "un pò particolare tanto che si portava dietro falli di gomma." Gli fu chiesto se si fosse mai fermato alla piazzola degli Scopeti, Fernando Pucci rispose: "Ricordo bene che solo in una occasione, ci siamo fermati in questa piazzola e ciò si è verificato circa 10 anni fa, e precisamente una domenica sera, quando rientrando da Firenze dopo la solita girata e la solita visita a Gabriella, ci siamo fermati per un bisogno fisiologico di entrambi e ricordo che fu Giancarlo a dire di fermarci in quel posto. Una volta fermatici all'inizio della stradella che conduce nella piazzola, ricordo bene che notammo una macchina, di colore chiaro, ferma a pochi metri di distanza da una tenda e, alla nostra vista, due uomini, che si trovavano a bordo di quell'auto, scesero da essa e si misero a vociare contro di noi con atteggiamento minaccioso, tanto che subito andammo via. I due minacciarono di ucciderci se non fossimo andati via subito e noi, impauriti, ci allontanammo subito dal posto. Giancarlo mi accompagnò poi a San Casciano, dove avevo lasciato la mia Ape e con questa me ne tornai a casa. (...) Quando ci fermammo agli Scopeti e si verificò l'episodio che vi ho riferito Giancarlo aveva il 128 rosso coupè oppure una Fiat 131. Non sono in grado di precisare esattamente con quale delle due auto eravamo perchè è trascorso tanto tempo. (...) Ricordo che in paese sia io che Giancarlo raccontammo al bar che ci eravamo fermati in quel posto di sera e che eravamo stati cacciati da due uomini che già si trovavano lì e che ci avevano rincorso per farci allontanare. Poichè questi due uomini erano nei pressi della tenda e l'episodio si era verificato il giorno prima della notizia avevamo commentato che quelle due persone probabilmente avevano a che vedere con il delitto. (...) Erano entrambi di mezza età e di corporatura robusta, come quella di Giancarlo per intenderci. Il loro aspetto mi è sembrato piuttosto rozzo ed il loro abbigliamento primitivo, nel senso che erano vestiti con indumenti non fini. Indossavano un giubbotto o un giaccone. Ricordo che anche il loro modo di parlare era primitivo, tanto che le frasi che riuscii a percepire furono: «cosa venite a rompere i coglioni! Andate via perchè vi si ammazza tutti e due». Parlavano in dialetto toscano e precisamente fiorentino. Dei due ne vidi meglio uno. Aveva il viso pieno e era un pò stempiato sulla fronte, tarchiato e di altezza media. (...) Quando sapemmo la notizia del delitto dissi a Giancarlo che volevo andare dai carabinieri per raccontare tutto, anche le minacce, ma lui mi rispose di non farlo perchè non sarebbe andato mai e poi mai per non passare da spione. Mi disse esattamente così: «Non voglio passare da spia», facendomi così intendere che in effetti egli aveva riconosciuto i due individui e che aveva paura di parlare coi carabinieri. Non mi disse però mai chi fossero quei due, ma sono sicuro che li riconobbe. Solo così giustifico anche il suo nervosismo nell'immediatezza, e nei giorni successivi, e la rottura della nostra amicizia.
Fernando Pucci fu nuovamente sentito il 23 gennaio 1996 negli uffici della Procura della Repubblica da Michele Giuttari e dai PM Paolo Canessa e Francesco Fleury. Confermò le dichiarazioni fatte precedentemente ed argomentò ulteriormente. "Ci eravamo fermati per fare un bisogno fisiologico, ma anche nell'intento di guardare qualche coppia che poteva essersi appartata in macchina nello spiazzo. Abbiamo lasciato la nostra macchina sul bordo della strada e ci siamo avviati a piedi per il viottolo in salita. Ricordo di aver visto una macchina ferma a luci spente e più oltre una tenda a forma di capanna. Mentre ci stavamo avvicinando alla parte posteriore della macchina sono usciti fuori da questa due individui venendoci incontro. Uno di loro ci ha urlato delle frasi minacciose dicendo più o meno che se non fossimo andati via ci avrebbero ammazzati. Ho potuto vedere che quello che diceva così aveva in mano una pistola. Ho visto proprio bene una pistola. Era notte fonda però c'era un pò di albore. Noi ci siamo subito allontanati; siamo risaliti sulla macchina e siamo andati via dirigendoci a San Casciano, dove Lotti mi ha lasciato per prendere la mia Ape 50 con la quale sono tornato a casa. (...) Abbiamo discusso se era il caso di andare dai carabinieri dato che eravamo stati minacciati con la pistola, ma Lotti mi rispose che non era il caso e che lui non voleva fare la spia. Non mi disse chi era la persona che lui aveva riconosciuto. (...) Era circa l'una di notte. Quella sera avevamo cenato a Firenze a casa di Gabriella ed eravamo partiti piuttosto tardi. Il giorno dopo ho sentito parlare in paese dell'omicidio. Con Lotti però ne abbiamo parlato dopo qualche giorno. Ne parlammo al bar con le persone che erano lì." Alla domanda del PM se fosse stato con il Lotti altre volte a spiare le coppiette, Fernando Pucci rispose: "E' successo. Giancarlo mi disse che qualche volta andava a spiare anche col Vanni e col Pacciani. Mi viene adesso in mente un episodio avvenuto al bar. Vidi arrivare il Lotti, il Vanni, il Pacciani e un maresciallo molto anziano che era in pensione (Filipponeri Toscano ndr). Si misero tutti a bere e poi ho saputo che non trovavano più dove avevano posteggiato la macchina. Non so di chi fosse questa macchina. So che il maresciallo aveva una 500. (...) Noi parlammo delle persone che ci avevano minacciato e chiesi a Lotti se avesse riconosciuto qualcuno. Mi disse: «Io credo che uno dei due fosse Pacciani» aggiungendo, come per mettermi in guardia, «attenzione, il Pacciani ha la pistola!». I due PM chiesero quindi di raccontare quanto vide quella notte. Fernando Pucci riferì: "Uno aveva il coltello e l'altro aveva la pistola. Quello che aveva il coltello era il Vanni e io non ho riconosciuto l'altro." Dichiarò inoltre che alcuni giorni dopo il duplice omicidio al bar "...il Vanni non disse che erano stati loro a uccidere, ma disse semplicemente che i due della coppia erano stati uccisi".
Quello stesso giorno, il 23 gennaio 1996, furono perquisite le abitazioni di Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Fernando Pucci, Norberto Galli e Filippa Nicoletti. La perquisizione presso l'abitazione di Fernando Pucci non rivelò alcunchè di significante.
Segue...



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