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martedì 13 gennaio 2009

Giancarlo Baronti

Professore dell'istituto di etnologia e antropologia culturale dell'Università di Perugia. Dei delitti del cosiddetto mostro di Firenze escludeva l'ipotesi sessuale, privilegiando un "delirio di giustizia" con una forte caratterizzazione moralistica: "lo chiamerei anche delirio di potenza: uccidendo, infatti, l'assassino riduce le sue vittime nella condizione di non potere reagire, e questo lui lo avverte come una affermazione della propria individualità e della propria potenza. Nella seconda fase del delitto, dopo l'uccisione, si rivelano anche elementi di feticismo che si concretizzano con i segni sul ventre e con l'asportazione del pube della donna. Non penso che ci sia un elemento di sadismo, che sarebbe collegato all'erotismo e al piacere, ma vedo emergere elementi sacrificali-punitivi. Elementi, del resto, cui l'assassino è finalizzato. La donna, si rilevi, viene sempre «punita» nel momento in cui esercita una attività sessuale. Lo scopo finale dell'azione dell'assassino è il rituale sul corpo della donna. Lui parte quando è spinto da questa pulsione. Probabilmente è un elemento che vive nella zona dei delitti; da scartare (comunque non sarebbe un fatto non influente) che egli conoscesse le sue vittime; c'è da pensare che si tratti di un individuo che nella sua vita quotidiana non è un violento; insomma potrebbe apparire nella vita di tutti i giorni un elemento assolutamente insospettabile. È comunque un individuo che ha un'altissima considerazione di se stesso, ma che, magari, è frustrato nella vita familiare e nell'ambiente di lavoro e che poi si erge a giudice giustiziere, a dio e sacerdote di una divinità che poi è lui stesso. Dopo il rito si sente liberato, soddisfatto."
Rif.1 - Il mostro di Firenze pag.69

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